Indici di allerta e controllo di gestione

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Il controllo di gestione e la crisi d’impresa – Parte I

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 Indici di allerta e controllo di gestione

Impatto dell’obbligo degli indici di allerta sul controllo di gestione

di Luigi Brusa e Luciana Zamprogna

 Consulenza controllo di gestione: i nostri servizi 


Indice

1. Anticipare la crisi d’impresa: quadro normativo

2. Obbligatorietà del controllo di gestione

3. Tipologia degli strumenti del controllo di gestione

4. Indicatori di allerta e loro driver

5. Il processo del controllo di gestione ai fini della diagnosi e della segnalazione dello stato di crisi


1. Anticipare la crisi d’impresa: quadro normativo

Il D.Lgs. 14 del 12/1/2019 (Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza) disciplina gli “strumenti di allerta della crisi, intesi come obblighi di segnalazione posti a carico dei soggetti di cui agli articoli 14 e 15, finalizzati, unitamente agli obblighi organizzativi posti a carico dell’imprenditore dal codice civile, alla tempestiva rilevazione degli indizi di crisi dell’impresa ed alla sollecita adozione delle misure più idonee alla sua composizione”.

Innanzitutto, per “crisi” l’art. 2 intende “lo stato di squilibrio economico-finanziario che rende probabile l’insolvenza del debitore, e che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate”. Lo stesso articolo definisce poi l’«insolvenza» come “lo stato del debitore che si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni”.

Successivamente, l’art. 13, intitolato “Indicatori della crisi”, fa riferimento a :
– indicatori di crisi costituiti da “squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività’ imprenditoriale svolta dal debitore, rilevabili attraverso appositi indici che diano evidenza della sostenibilità dei debiti per almeno i sei mesi successivi e delle prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso”

e aggiunge che a tali fini sono:

emergenza

By Jason Leung

– “indici significativi quelli che misurano la sostenibilità degli oneri dell’indebitamento con i flussi di cassa che l’impresa è in grado di generare e l’adeguatezza dei mezzi propri rispetto a quelli di terzi e …….altresì ……… ritardi nei pagamenti reiterati e significativi”.

 

A fine ottobre 2019 il CNDCEC (1) ha reso pubblico l’elenco degli indici che “fanno ragionevolmente presumere la sussistenza di uno stato di crisi dell’impresa”. Secondo il CNDCEC tali indici sono i seguenti:

a) Patrimonio netto negativo;
b) Debt Service Coverage Ratio (DSCR) a sei mesi inferiore a 1;

qualora non sia disponibile il DSCR, superamento congiunto di determinate soglie per i seguenti cinque indici “settoriali” (cioè differenziati per settore di attività dell’impresa):

c) indice di sostenibilità degli oneri finanziari in termini di rapporto tra gli oneri finanziari ed il fatturato;
d) indice di adeguatezza patrimoniale, in termini di rapporto tra patrimonio netto e debiti totali;
e) indice di ritorno liquido dell’attivo, in termini di rapporto tra cash flow e attivo;
f) indice di liquidità, in termini di rapporto tra attività a breve termine e passività a breve termine;
g) indice di indebitamento previdenziale e tributario, in termini di rapporto tra l’indebitamento previdenziale e tributario e l’attivo.

La logica di interpretazione di tali indici ai fini della sussistenza di crisi è schematizzata così (2):

indicatori di allerta
Prescindiamo qui da ogni considerazione su:

  • adeguatezza degli indici suddetti ai fini della “presunzione di crisi”
  • modalità di calcolo degli indici
  • livelli-soglia degli indici
  • loro interpretazione ai fini della sussistenza dello stato di crisi.

Nel prendere atto della scelta fatta dal CNDCEC, senza metterla in discussione (primo punto), i rimanenti tre sono punti che il CNDCEC, nel suo documento di ottobre 2019, ha ampiamente trattato e che, dal punto di vista di questo articolo, la dottrina economico-aziendale ha affrontato e sviluppato da molti decenni, giungendo – senza un approccio rigidamente prescrittivo – a conclusioni che qui sarebbe inutile riproporre.

Soffermiamoci invece sulle loro implicazioni, dal punto di vista del Controllo di gestione, alla luce delle norme del Codice della Crisi ed altre norme (in particolare del Codice Civile). Occorre a questo proposito considerare:

a) l’obbligatorietà del controllo di gestione;

b) i suoi contenuti in termini di tipologia di strumenti tecnico-contabili;

c) i suoi contenuti in termini di indicatori “driver”, cioè esplicativi degli indicatori di allerta;

d) i suoi contenuti in termini di processi ai fini della diagnosi e della segnalazione dello stato di crisi.

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check-up aziendale 2. Obbligatorietà del controllo di gestione

Innanzitutto impieghiamo qui l’espressione “controllo di gestione” in un senso più ampio di quanto non indichino i termini usati, cioè come “pianificazione e controllo”. Si tratta di un sistema direzionale di guida del management, consistente in una struttura (tecnico-contabile e organizzativa) e in un processo (più precisamente definibile di pianificazione e controllo) per la previsione dei risultati attesi e il monitoraggio dei risultati raggiunti, con relativo confronto.

Mentre il controllo di gestione ha per oggetto i “risultati” della gestione aziendale, altri tipi di controllo hanno per oggetto i “processi” (ed il rispetto delle relative regole e procedure), la “consistenza del patrimonio” ed altri aspetti, generalmente “a monte” dei risultati, normalmente rientranti nella Corporate Governance e nei cosiddetti “controlli interni”.

Il controllo di gestione non va quindi confuso con i sistemi di “auditing” o di “revisione”, ai quali è peraltro collegato. A presidio organizzativo del sistema di controllo di gestione vi è la figura del Controller, mentre per gli altri tipi di controllo operano l’Auditor, il Revisore o altre figure.

A rendere obbligatorio il controllo di gestione sono innanzitutto alcune norme del Codice Civile, a cominciare dagli articoli 2381 e 2086.

Art. 2381
(Presidente, comitato esecutivo e amministratori delegatiamministratori

“Salvo diversa previsione dello statuto, il presidente convoca il consiglio di amministrazione, ne fissa l’ordine del giorno, ne coordina i lavori e provvede affinché adeguate informazioni sulle materie iscritte all’ordine del giorno vengano fornite a tutti i consiglieri.

Se lo statuto o l’assemblea lo consentono, il consiglio di amministrazione può delegare proprie attribuzioni ad un comitato esecutivo composto da alcuni dei suoi componenti, o ad uno o più dei suoi componenti.

Il consiglio di amministrazione determina il contenuto, i limiti e le eventuali modalità di esercizio della delega; può sempre impartire direttive agli organi delegati e avocare a sé operazioni rientranti nella delega. Sulla base delle informazioni ricevute valuta l’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile della società; quando elaborati, esamina i piani strategici, industriali e finanziari della società; valuta, sulla base della relazione degli organi delegati, il generale andamento della gestione.

Non possono essere delegate le attribuzioni indicate negli articoli 2420-ter, 2423, 2443, 2446, 2447, 2501-ter e 2506-bis.

Gli organi delegati curano che l’assetto organizzativo, amministrativo e contabile sia adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa e riferiscono al consiglio di amministrazione e al collegio sindacale, con la periodicità fissata dallo statuto e in ogni caso almeno ogni (sei mesi), sul generale andamento della gestione e sulla sua prevedibile evoluzione nonché sulle operazioni di maggior rilievo, per le loro dimensioni o caratteristiche, effettuate dalla società e dalle sue controllate.

Gli amministratori sono tenuti ad agire in modo informato; ciascun amministratore può chiedere agli organi delegati che in consiglio siano fornite informazioni relative alla gestione della società.”      

Art. 2086
(Gestione dell’impresaassetti organizzativi

L’imprenditore è il capo dell’impresa e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori.

L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”.

Mentre l’articolo 2381 riguarda specificamente le imprese costituite sotto forma di società per azioni, l’articolo 2086 considera tutte le imprese aventi forma societaria o collettiva.

L’istituzione di un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa è dunque un obbligo che grava su tutte le imprese in forma societaria o collettiva. L’assetto di cui si parla ha un oggetto ampio, che include anche il “sistema direzionale” necessario per informare il vertice aziendale:

  • sul generale andamento della gestione
  • sulla sua prevedibile evoluzione futura (3).

Il sistema direzionale in questione è il sistema di pianificazione e controllo di gestione (P&C, per semplicità chiamato in questo articolo “controllo di gestione”), che di fatto può assumere una configurazione più o meno ampia e complessa, ma non può essere considerato un optional.

Mentre la norma dell’art. 2381 C.C. prescrive un obbligo alquanto generico, finalizzato ad una corretta gestione dell’impresa, le disposizioni del Codice della Crisi (e dell’art. 2086 C.C.) rendono più precisi gli obblighi in materia di controllo di gestione, rivolgendo l’attenzione “alla tempestiva rilevazione degli indizi di crisi dell’impresa ed alla sollecita adozione delle misure più idonee alla sua composizione”. Tali ultimi obblighi sono finalizzati al tempestivo monitoraggio del sopravvenire di condizioni di crisi, da intendere nel senso di inadeguatezza delle entrate monetarie a coprire le uscite monetarie determinate dalla gestione di un determinato arco di tempo futuro.

In definitiva:

a) il monitoraggio precoce della crisi attraverso strumenti del sistema di P&C è un obbligo ineludibile per le imprese in forma societaria o collettiva. Di più, i cosiddetti “indicatori di allerta”, parte integrante della strumentazione tecnico-contabile del sistema di P&C, sono espressamente previsti dal Codice della Crisi e dall’organismo incaricato di individuarli analiticamente (il CNDCEC);

b) per le stesse imprese – oltre al monitoraggio precoce della crisi – è da ritenere obbligatorio il controllo dell’andamento generale della gestione passata e la previsione dell’evoluzione della gestione futura. Più precisamente, il controllo del sopravvenire della crisi è una parte del più ampio controllo dell’andamento della gestione passata e futura, da intendere quest’ultimo come controllo degli equilibri (e non solo degli squilibri), sia economici che finanziari.

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pianificare e misurare

3. Tipologia degli strumenti del controllo di gestione

Appurato in che modo il controllo di gestione è obbligatorio, occorre entrare nel merito dei suoi contenuti, a iniziare dalla sua struttura tecnico-contabile, cioè dai suoi strumenti di misurazione dei risultati.

Si è già precisato che “controllo di gestione” è un’espressione da intendere come “pianificazione e controllo” (P&C), dove la pianificazione riguarda il futuro di medio-lungo periodo (attraverso i piani strategici) e di breve periodo (con il budget ed altri preventivi annuali e infrannuali), mentre il controllo di gestione in senso stretto si riferisce alla misurazione e al monitoraggio dei risultati effettivi della gestione, man mano che questi si manifestano. I due sub-sistemi sono evidentemente necessari e inscindibili. In caso contrario, la piena consapevolezza del “generale andamento della gestione” e della “sua prevedibile evoluzione”, richiesta dalle norme prima citate, sarebbe seriamente compromessa.

Considerando in particolare le prescrizioni del Codice della crisi e gli indici di allerta individuati dal CNDCEC, si evince che sono obbligatori sia gli strumenti di previsione di risultati futuri (almeno relativamente al breve periodo e alla gestione finanziaria), sia quelli di rilevazione dei risultati passati e presenti. Quindi, non fosse altro che in ottemperanza alle norme sulla crisi d’impresa, esiste l’obbligo di dotarsi – come parte integrante degli assetti organizzativi prescritti – di adeguati:

  • strumenti di previsione
  • strumenti di rilevazione a consuntivo

delle grandezze economico-finanziarie attraverso le quali si può percepire tempestivamente il sopravvenire della crisi. Questi sono essenzialmente:

  • preventivi finanziari di tesoreria (budget di cassa)
  • indici di bilancio di equilibrio finanziario (di situazione e di struttura finanziaria).

È da ritenere, anche alla luce di quanto si tratterà nel paragrafo successivo, che la strumentazione tecnico-contabile per soddisfare le esigenze informative richiamate dalla legge vada ampliata, nel senso di misurare e monitorare:

  • le prospettive future di equilibrio economico, oltre che finanziario, estese ad un arco di tempo non solo di breve, ma anche di lungo periodo
  • le condizioni passate e attuali di equilibrio economico, oltre che finanziario.       indici di allerta

Da ciò si evince che gli strumenti imprescindibili di P&C siano i seguenti:

  • piano di medio-lungo periodo
  • budget annuale e altri preventivi infrannuali
  • indici economici e finanziari di bilancio.

In tale elenco non compare lo strumento della contabilità analitica, avente per oggetto la misurazione dell’equilibrio economico di oggetti particolari come prodotti, clienti, aree geografiche, canali distributivi, ecc. Tale assenza è dovuta semplicemente alla ragione che il tema dell’obbligatorietà del controllo di gestione è rilevante soprattutto per le PMI (nel Codice della crisi si escludono le grandi imprese e si fa esplicito riferimento alle “imprese minori” tra i soggetti tenuti agli adempimenti), che tradizionalmente, per ragioni culturali, organizzative ed economiche, sono restie a dotarsi di sistemi di P&C. Al contrario, le imprese medie e grandi non hanno bisogno di obblighi di legge per attrezzarsi adeguatamente al riguardo. 

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indicatori di allerta

4. Indicatori di allerta e loro driver

La segnalazione tempestiva dello stato di crisi si basa su una serie di indicatori, individuati dal Codice della crisi e dal CNDCEC, in parte basati su previsioni (i flussi di cassa), in parte frutto di rilevazioni ed elaborazioni di bilancio (tutti gli altri). Essendo essi espressivi di situazione e struttura finanziaria, hanno un’efficacia segnaletica insufficiente a cogliere le cause profonde di eventuali squilibri (così come di condizioni di equilibrio). Ciò vale non solo per gli indicatori storici, ma anche per quelli previsionali (il preventivo di cassa).

All’origine di:

  • entità del patrimonio netto
  • flussi di cassa futuri e il c.d. DSCR
  • indice di sostenibilità degli oneri finanziari
  • indice di adeguatezza patrimoniale
  • indice di ritorno liquido dell’attivo
  • indice di liquidità
  • indice di indebitamento previdenziale e tributario

stanno fattori di varia natura, che comunque chiamano in causa anche l’aspetto economico della gestione e che vanno a loro volta misurati con appropriati indicatori. Questi fattori sono dei driver degli indicatori di allerta, nel senso che sono determinanti di questi ultimi e, come tali, ne precedono la manifestazione. La consapevolezza del loro livello permette di risalire alle cause di squilibri finanziari attesi, attuali e passati e di monitorare più tempestivamente ed efficacemente il sopravvenire della crisi.

Facendo riferimento alla realtà delle PMI e tenuto conto che la prima e fondamentale (anche se non certo unica) causa dell’equilibrio/squilibrio economico risiede nella gestione operativa, è opportuno individuare un numero limitato di indicatori che mettano in luce prima di tutto:

  • la capacità o meno dei ricavi a coprire i costi e, così, a generare redditi necessari per rafforzare (qualora reinvestiti) il patrimonio netto e la solidità patrimoniale;
  • l’idoneità o meno dei tempi di incasso dei ricavi (e di giacenza delle scorte) a soddisfare le esigenze di pagamento dei costi.

Tali indicatori, in un sistema di P&C ancora più evoluto, dovrebbero essere analizzati nei loro driver con indicatori più specifici, in grado di individuare i fattori all’origine dei ricavi (prezzi, volumi, mix di prodotti), le variabili da cui dipendono i costi (efficienza interna, prezzi d’acquisto) e così via.

Come anticipato al paragrafo precedente, non ci si spinge in questa ipotesi “minimale” di sistema di P&C a considerare gli strumenti tipici della contabilità analitica. Ovviamente, questi ultimi sono essenziali, in una logica di monitoraggio dei driver, per comprendere tempestivamente quali prodotti, clienti, mercati, canali distributivi presentano squilibri o inefficienze che si riverberano sul risultato economico globale d’azienda e, di riflesso, anche sugli equilibri finanziari al centro dell’attenzione in materia di allerta contro la crisi.

Le considerazioni sull’importanza del controllo economico della gestione anche nella prospettiva del monitoraggio della crisi finanziaria comportano che il profilo economico vada monitorato sia a livello consuntivo che preventivo (si pensi sempre al c.d. DCSR a sei mesi previsto dalla norma). Pertanto, gli indicatori reddituali di cui sopra sono sia consuntivi che previsionali. Da ciò si evince che il bilancio d’esercizio (e le situazioni infrannuali) non basta, ma va integrato con un preventivo, completo della sua parte economica (conto economico), finanziaria (prospetto dei flussi di cassa) e patrimoniale (stato patrimoniale). Che il bilancio preventivo in questione sia un vero e proprio budget o una “semplice” stima di grandezze future è questione tutto sommato poco rilevante ai nostri fini.

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5. Il processo del controllo di gestione ai fini della diagnosi e della segnalazione dello stato di crisi

Con un’interpretazione “evoluta” della normativa sugli obblighi di predisposizione di un adeguato assetto organizzativo e di individuazione di appropriati indici di allerta, si può dire che le norme sollecitino un approccio, prima di tutto culturale, largamente carente nella realtà di molte imprese, a cominciare dalle PMI, a maggior ragione se hanno i caratteri della c.d. “impresa minore”.

Si tratta di un orientamento serio alla pianificazione e al controllo di gestione, che significa prima di tutto sistematicità e continuità nell’attività di proiezione nel futuro vicino e lontano, e in quella di monitoraggio, il più possibile tempestivo, dei risultati economico-finanziari che via via la gestione produce. Radicare questa consapevolezza nella mente e nel comportamento quotidiano di chi ha responsabilità di gestione è propedeutico alla predisposizione e all’uso di strumenti tecnico-contabili come quelli sopra citati. In caso contrario il controllo di gestione – per i fini di allontanamento del rischio di crisi e, più in generale, di gestione equilibrata – diventa un rito o un adempimento formale, con scarsi o nulli effetti pratici.

Una delle parole-chiave in questa prospettiva è “diagnosi” e, a volte, “autodiagnosi” (4) , con queste implicazioni:

a) la diagnosi, intesa come individuazione delle cause e non solo dei risultati, è conditio sine qua non per ogni sforzo di sviluppo o anche solo di sopravvivenza dell’impresa; più semplicemente, per una gestione degna di questo nome;

b) la diagnosi dello stato di salute (non solo finanziaria, ma anche economica) è parte integrante del lavoro imprenditoriale e manageriale; esserne “costretti” dalle norme vigenti non è solo un deterrente contro comportamenti inappropriati, ma anche un forte richiamo alla necessità di intendere tale attività secondo le logiche della corretta gestione d’impresa;

c) la diagnosi chiama in causa non solo l’organo amministrativo d’impresa, ma anche i soggetti “segnalatori” di fondati indizi di crisi all’OCRI (Organismo di composizione della crisi d’impresa), che è l’organo esterno, costituito presso ogni Camera di Commercio, per gestire il procedimento di allerta e assistere l’imprenditore nella composizione della crisi. Tali soggetti segnalatori sono gli organi di controllo societari, il revisore contabile e la società di revisione.

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(1) Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili

(2) Tratto da R.Ranalli, Le misure di allerta, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019, pag. 138

(3) L’informazione “sul generale andamento della gestione e  sulla sua prevedibile evoluzione futura” è contemplata dall’art.2381 C.C, ma è logico ritenere che riguardi tutte le imprese di cui all’art. 2086 (e quindi anche quelle non aventi forma di Spa)

(4) Sull’esigenza di “autodiagnosi” insiste, tra gli altri, R.Ranalli, Le misure di allerta, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019

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